Il Ciaràvolo

Da Sicilia

Traduzzione da

Traduzzione taliana da l'autore stessu

Stava donna Jtina nel letto coricata già da una settimana e non c’era stato verso di farle passare quella febbriciattola che aveva scavato il suo corpo minuto e asciutto come un’acciuga; non erano bastati gli infusi d’erbe preparati dalle mani esperte dei monaci che abitavano il convento fuori del paese; a niente era servito il chinino preso per consiglio di medico; e neanche aveva avuto effetto quella brodaglia schifosa della gna Tura, la mavara che abitava la casa spiritata dove aleggiavano di notte le “Belle Signore”.
Stava donna Jtina nel letto coricata, senza mangiare e senza parlare, immobile come se aspettasse la santa morte o come paralizzata dalla paura; muoveva solo gli occhi di qua e di là, accompagnando nella stanza i movimenti del marito o della sorella o della sua premurosa comare che le girava attorno come un calabrone.
Stava donna Jtina nel letto coricata, sotto un cumulo di coperte sovraccoperte lenzuolini e mantelline; e sopra un materasso gonfio come quei palloni di carta che volavano per la festa della Madonna Assunta.
La febbre se l’era trovata addosso una mattina di marzo, dopo una notte lavorata per i cattivi sogni che l’avevano fatta svegliare diverse volte e che l’avevano inzuppata di sudore. Non aveva nessun raffreddore, nessun dolore e nessun fastidio corporale ma una spossatezza indicibile la costringeva a stare a letto perché le gambe le tremavano e il respiro si caricava d’affanno ogni qual volta tentava di mettere i piedi per terra. Si era deciso quindi di farle fare anche i bisogni a letto e di non spostarla assolutamente.
Il dottore passava quasi tutti i giorni da quella casa e non si capacitava più di quella malata che presentava una così strana malattia. Le aveva dato il chinino solo per precauzione, perché in paese, negli ultimi anni, s’era avuto qualche caso di malaria, ma non c’erano sintomi precisi di una qualsiasi malattia conosciuta. Il tempo passava e donna Jtina stava sempre a letto come una sedia sta in un canto o un capezzale sta appeso sul muro.

Verso la fine di marzo di ogni anno, quando il giorno era abbastanza lungo da invogliare a intraprendere i viaggi, giungeva in quel paese allungato sulla fiancata di levante di una montagnola, proveniente da un lontano paese, vicino al mare, un uomo di circa sessant’anni, alto di statura e tarchiato. Era don Paolo, il ciràvolo, che sanava le ferite con la sua saliva e incantava i serpenti che restavano immobili come canne alla sua voce e da lui si facevano prendere docilmente. Era nato la notte di San Paolo e sotto la lingua aveva il segno della tarantola.
Don Paolo era conosciuto e apprezzato in tutti i posti che visitava e da marzo a settembre girava campagne e paesi nelle contrade infuocate di Sicilia; fermava il suo piede fra i tonnaroti di Capo Passero e fra i pescatori dello Stretto; si perdeva tra mulini e massarie nelle saline di Trapani; di tanto in tanto s’imbarcava per la Sardegna, l’altra grande isola dove aveva passato due anni di soldato e vi aveva lasciato il cuore; e una volta arrivò fino alla Corsica, la terra di Garibaldi, la terra che aveva sempre pensato essere l’estremo confine del mondo, sperduta nella nebbia o appena visibile nel tremore della luce solare. Quante parole strane aveva sentito, ora dolci come il miele di Sortino, ora aspre come limoni appena raccolti! Ma sofferenza e dolore sono spiriti che infestano ogni campo e lasciano ferite e paura dove passano e non c’è lingua capace di calmarli e non c’è mano capace di fermarli. Per questo girava don Paolo di paese in paese a portare quella medicina che l’apostolo di Cristo gli aveva dato. E il mare, il grande Mediterraneo che spuntava da ogni stradella e si vedeva da ogni montagna, era il suo ultimo sguardo prima che girasse la mula per riprendere un altro cammino.

Giunse, come si diceva, verso la fine di marzo a dorso di una mula caricata con due bisacce piene di caci e di soppressate. Giunse, come Gesù nella domenica delle palme, atteso da tutti e quando comparve verso le prime case una folla di donne, di uomini e di ragazzi gli fece festa; don Paolo, pensavano tutti, poteva sanare tante ferite di persone e d’animali, ma soprattutto poteva far guarire quella povera donna che da quindici giorni stava immobile nel letto.
Non gli dettero neanche il tempo di rifiatare; trascinando il mulo verso la casa di donna Tanina, alcuni uomini gli raccontarono tutta la vicenda: come una strana lentezza s’era impossessata di tante persone in paese e, soprattutto, lo pregarono, per san Paolo suo protettore, di fare qualcosa per quella poveretta che stava consumandosi a poco a poco.
Arrivarono davanti la casa della malata; ci stava già un gruppo di donne e di bambini, gente che parlava e che entrava ed usciva dalla casa; qualcuno stava appoggiato al muro, quasi aspettando, con curiosa pazienza, il miracolo.
Don Paolo scese dalla mula, con modi lenti e tranquilli, e come un santone guardò la gente che s’agitava e che parlava. Si fece subito silenzio e quando si sentì il solo fruscìo delle foglie dell’albero di melograno che con i suoi boccioli rossi ingentiliva l’orticello annesso alla casa, il ciravolo, presa dalla bisaccia una canna di lentisco, decise di entrare dentro.
La camera dove giaceva la malata era occupata da diverse persone che stavano sedute attorno a un grande letto; c’era penombra e silenzio e le facce di quelle persone erano tirate e smunte come di chi aveva vegliato per lungo tempo. Ma ora pareva che una speranza nuova fosse entrata con don Paolo, una ventata d’aria fresca veniva a scacciare il tanfo di quella stanza.
Il ciravolo fece segno a tutti, col braccio, di uscire dalla stanza; solo al marito di donna Jtina fu concesso di restare. Quando tutti furono usciti e fu chiusa la porta, don Paolo si avvicinò al letto, toccò la mano della malata, toccò il materasso e poi guardò lungamente dentro gli occhi della donna; girò quindi attorno al letto per tre volte guardando ora la malata e ora la stanza e poi si fermò. Prese quindi la canna che aveva posato sopra il canterano e cominciò a cercare nella stanza, come fa il cercatore d’acqua con la verga.
Giunta sul letto la canna cominciò a tremare e don Paolo, finalmente, aprì la bocca e disse:
- Donna Jtina, alzatevi da questo letto! E voi, mastro Peppe, aiutate vostra moglie e fatela sedere sulla sedia. -
Mastro Peppe, confuso e meravigliato, aiutò la moglie ad alzarsi dal letto, anzi se la caricò sulle braccia tanto era leggera e la posò come una pupa di pezza sulla sedia. Don Paolo parlò per la seconda volta:
Ora, mastro Peppe, aiutatemi ad alzare questo materasso. -
Presero i due uomini quel materasso pieno di paglia che stava appoggiato sopra le tavole del letto di ferro, lo alzarono e lo posarono per terra. Sulle tavole di legno, attorcigliato su se stesso, chiuso come un’enorme ciambella, di colore scuro tra marrone e verdastro, stava un serpente di grandi dimensioni, fermo e placido come se dormisse.
Mastro Peppe fece un salto e gridò per lo spavento ma don Paolo, con uno sguardo tagliente, gli intimò di stare fermo e zitto. Poi parlò ancora con voce calma e piana:
- E’ solo una culòriva, un serpente innocuo anche se grosso e lungo; è entrato dalla finestra ed è strisciato fin sotto il materasso, per trovare un posto caldo e sicuro per dormire. Ha influssi negativi sul corpo di vostra moglie e la fa stare in letargo come lui. -
Don Paolo allora si avvicinò alla culòriva, gli impose le mani, la toccò con la canna e recitò quest’orazione:

Per il santo nome dell’apostolo
svegliati culòriva,
il male di questa stanza prendilo
e portalo con te;
chiama gli spiriti maligni
entrati nel corpo di donna Jtina
e quelli che fuori girano vanelle e case.
Questo ti ordino di fare
nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. –

Il serpente si mosse, prima in modo impercettibile e poi deciso e svelto; si srotolò e scese dal letto. Don Paolo, con la canna tesa nella mano alzata a mezz’aria, uscì dalla stanza e dalla casa. La culòriva lo seguì come una cagnetta, ipnotizzata e stancamente. La gente che stava assistendo alla scena aveva il viso pallido come accade nelle notti di luna piena; spaventata, meravigliata, curiosa la gente camminava frastornata dietro al serpente e a poco a poco si formò una strana processione di uomini, di donne e di ragazzi, di gatti e di cani e chissà di quanti altri animali che stavano nella terra. Don Paolo camminava davanti a tutti, con la canna alzata come un maestro di musica; lento e solenne era il suo passo, superba e nobile la testa si alzava verso il cielo; fuori dal tempo e dal mondo proseguiva quella processione allampanata e silenziosa. Arrivati fuori dal paese don Paolo si fermò, si voltò verso la culòriva e disse:

O serpente senza osso e senza nervi
attorno a questo fico, io ti comando,
spirito infestato della culòriva
gira il tuo corpo, restaci accanto. -

Il serpente s’attorcigliò all’albero, ne coperse quasi tutto il tronco e quando animale e vegetale apparvero una cosa sola avvenne che le foglie del fico cominciarono a ingiallire e ad appassire e caddero a terra e in poco tempo l’albero seccò come invaso da un potente veleno.
Come fu e come non fu sembrò che in paese le cose cambiarono; si dileguò quella sonnolenza e quella stanchezza che s’era impadronita di grandi e piccoli e donna Jtina tornò come prima, in buona salute e piena di vita. Quando don Paolo, dopo tre giorni, decise di andarsene, volle passare prima da donna Jtina. La donna, ch’era stata già avvisata, stava aspettandolo sull’uscio di casa, con in mano una ciambella di pane attorcigliata come un serpente, cosparsa di sesamo e con due mandorle per occhi. Gliela diede dicendo:
- Questa è per San Paolo -
Il ciaràvolo prese la ciambella, guardò la donna che aveva un sorrisetto specioso sulle labbra, mise il pane nella bisaccia, salì sopra la mula e riprese il cammino. Donna Jtina lo accompagnò con gli occhi fino a quando non girò l’angolo del quartiere.